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"È per il petrolio"

di
Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler

Febbraio 2003

 

La saggezza convenzionale

Se c'è un accordo tra gli studiosi, questo deve essere sicuramente il seguente: la prossima guerra all'Iraq sarà combattuta principalmente per il petrolio. La sostanza dell'argomento è abbastanza semplice e può essere sintetizzata come segue:

  • Al fine di continuare a crescere, l'economia mondiale ha bisogno di una quantità di petrolio a buon prezzo

  • Il cartello OPEC è di ostacolo a questo fine. Per anni i suoi membri hanno manipolato la produzione per mantenere i prezzi alti

  • Adesso finalmente c'è l'opportunità di cambiare le regole del gioco, forse anche di rendere il cartello del petrolio irrilevante

  • La base di partenza è l'Iraq. La nazione, ha detto George Bush Jr., è diventata una "minaccia globale". Essa supporta il terrorismo, ha delle armi di distruzione di massa, e ha un comandante sufficientemente senza scrupoli per usarle. Nell'epoca della "guerra preventiva" queste sono ragioni sufficienti per invadere gli altri stati

  • Una volta vittorioso, l'esercito invasore installerà un nuovo e più amichevole leader. Questo governante adotterà una nuova politica energetica, ostile all'OPEC e ben disposta verso gli Stati Uniti e l'Occidente. E dal momento che l'Iraq ha l'11 per cento delle riserve mondiali di greggio e la possibilità di estrane in quantità, i giorni degli alti prezzi del petrolio finiranno presto

    • Il londinese The Economist ha espresso questa logica nel modo seguente: "Il principale interesse dell'America nell'andare oltre il presidente dell'Iraq, Saddam Hussein, è senza dubbio salvare il mondo dalle sue attuali o potenziali armi di distruzione di massa. Un'altra consistente considerazione, per quanto possa essere secondaria, ha attratto meno attenzione del dovuto: gli effetti che potrebbero seguire all'apertura dell'enormi riserve di petrolio della nazione ... Potrebbe sembrare quindi che eliminare il signor Hussein potrebbe prendere due piccioni con una fava: un pericoloso dittatore andrebbe via, e con esso il cartello che per anni ha manipolato i prezzi, ha messo in atto embarghi e danneggiato i consumatori". [1]

      Il Medio Oriente attualmente rappresenta il 65 per cento delle riserve mondiali conosciute e il 30 per cento della produzione giornaliera mondiale (cifre che ci si aspetta unicamente di vedere in crescita nel prossimo decennio). Secondo il prof. Anthony Cordesman del  Washington Center for Strategic and International Studies, questi fatti portano ad una semplice conclusione. Dato che la prosperità statunitense dipende dalla prosperità globale e dato che la prosperità globale dipende dal libero accesso alle riserve di petrolio del Medio Oriente, ne segue che la regione del Golfo, da dove viene la maggior parte del petrolio, deve essere considerta come "un interesse strategico americano veramente vitale". Gli Stati Uniti, continua, è l'unica nazione che possiede il potere politico, economico e militare per assicurare questo interesse globale (leggi nazionale), e dovrebbe quindi prendersene la diretta responsabilità attraverso l'impegno diretto nella regione. [2]

      Gli scrittori radicali generalmente sono d'accordo che gli Stati Uniti sono alla ricerca di petrolio, sebbene molti di questi aggiungono che la ricerca di energia è parte di un gioco più ampio il cui scopo non è di per sé la prosperità economica, ma il potere. "Ciò a cui si trova di fronte adesso il mondo", scrive l'editore della Monthly Review, "è la prospettiva di un nuovo grande sviluppo nella storia dell'imperialismo". "L'accesso diretto al petrolio e i profitti delle corporazioni petrolifere", sostengono, "non sufficienti di per sé a spiegare gli interessi prevalenti degli Usa nel Medio Oriente. Piuttosto gli Stati Uniti vedono l'intera regione come una parte cruciale della sua strategia di potere globale". [3]

       

      Il tranello

      Questi punti di vista suonano tutti come veritieri. Senza petrolio, l'economia mondiale sicuramente si fermerebbe; il capitalismo entrerebbe in una profonda crisi; e l'egemonia statunitense subirebbe un serio, forse mortale, colpo. Tutto ciò è ovvio.

      Ma allora questi stessi argomenti avrebbero potuto essere avanzati – e lo furono – negli anni '60, negli anni '70 e negli '80. Allora perché l'improvviso ritorno all'"imperialismo" vecchio stile?

      Infatti, l'intera situazione sembra paradossale. Durante gli anni '70, quando il Medio oriente rappresentava quasi il 40 per cento della produzione globale (rispetto al solo 30 per cento odierno), gli Stati Uniti e l'Europa si mossero nella direzione opposta, permettendo ai governanti locali di nazionalizzare le loro risorse petrolifere e di scacciare le compagnie petrolifere occidentali. In altre parole, questi governi tollerarono un patente attacco alla "proprietà privata", e la tollerarono a dispetto del fatto che la proprietà in questione apperteneva alla più potenti imprese del mondo e del fatto che l'ovvia intenzione dell'OPEC era di alzare il prezzo del petrolio.

      Al confronto, la situazione attuale sembra molto meno minacciosa. A giudicare dal prezzo reale del petrolio, che si è mantenuto in discesa per tutti i passati venti anni, l'OPEC è stato piuttosto inefficace. Nel 1999, quando il prezzo del petrolio precipitò a 10 $ il barile, The Economist fiduciosamente dichiarava che il "mondo è inondato di petrolio, ed è probabile che rimanga così". [4]

      Sulla base di queste circostanze, e assumendo che è in realtà "tutto per il petrolio", dovrebbe essere il cartello lasciato da solo a perseguire le sue futili manovre? O forse è l'inefficacia dell'OPEC precisamente il problema?

      Molta della confusione proviene da due assunzioni sbagliate: primo, che l'OPEC ha "espropriato" le compagnie petrolifere e che adesso queste compagnie vogliono "reclamare" le loro concessioni perdute, e secondo, che i governi occidentali vogliono nient'altro che prezzi del petrolio bassi. La situazione è un po' più complicata.

       

      La politica globale del petrolio

      Cominciamo con l'OPEC e le compagnie. Negl anni '70, queste ultime persero le concessioni per l'estrazione rispetto ai primi. Ma le compagnie petrolifere non sono interessate alle concessioni petrolifere, esse sono interessate ai profitti. E al riguardo l'OPEC diede loro qualcosa di veramente prezioso: un incremento di 10 volte del prezzo del petrolio tra il 1970 e il 1980. Le compagnie petrolifere non avrebbero mai potuto conseguire questo exploit dei prezzi da sole. E quale exploit fu: esso fece quintuplicare i profitti in soli dieci anni!

      Gli interessi convergenti dell'OPEC e delle compagnie petrolifere sono illustrati nella Figura 1.

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      Il grafico mostra che i profitti del "Petro Core" mondiale composto dalle sei compagnie petrolifere più grandi: British Petroleum, Chevron, Exxon, Mobil, Royal/Dutch Shell and Texaco [5].  Esso mostra anche le entrate petrolifere acquisite dai governi OPEC. La correlazione positiva è ovvia e non necessita di ulteriori elaborazioni. Ciò che va bene per l'OPEC va bene anche per le compagnie petrolifere, e viceversa.

      E infatti, le compagnie petrolifere realizzarono prontamente che non avevano motivi per protestare riguardo ai campi petroliferi e ai diritti di estrazione. Al contrario, era molto meglio avere un cartello che amministrasse la produzione e si prendesse le critiche per la "crisi energetica".

      Naturalmente, le compagnie petrolifere insistettero che esse non avevano nulla a che fare con la manovra. Erano soltanto gli "spettatori interessati", come disse un famoso analista. A loro accadde semplicemente di essere al posto giusto nel momento giusto. I loro profitti furono enormi, certo, ma erano "profitti caduti dal cielo", il risultato di una fortuna casuale.

      Come gli esperti avrebbero più tardi mostrato, il quadro era piuttosto distorto, a dir poco. Ci fu infatti un'ampia cooperazione tecnica, affaristica e politica tra l'OPEC e le compagnie. Ma dal momento che questo tipo di ricerca raramente viene fatta dai media popolari, la maggior parte della gente, sebbene spesso sospetti le compagnie petrolifere, mai conosce veramente i reali motivi.[6]

      Naturalmente, che sappiano o non sappiano, le persone normali hanno sofferto molto a causa di questo accordo dannoso. Durante gli anni '70 e i primi anni '80, l'aumento dei prezzi del petrolio ha spinto il mondo nella spirale della stagflazione, cioè della crescita dei prezzi insieme a contrazione della produzione e crescita della disoccupazione. D'altra parte, la sofferenza non da voce in capitolo nell'economia politica globale del petrolio. A differenza del potere.

       

      Dalla crisi ai costi

      Come abbiamo osservato precedentemente, esiste una credenza popolare secondo cui i governi occidentali, che rappresentano gli interessi nazionali, sono desiderosi di avere bassi prezzi del petrolio. Il problema con questo punto di vista è che coloro che esprimono gli "interessi nazionali" spesso li adeguano ai propri fini. O per meglio dire, essi li articolano a parole, ma li ignorano nei fatti.

      Durante gli anni '70 e '80, gli "interessi nazionali" degli Stati Uniti sono stati dominati da una "Weapondollar-Petrodollar Coalition" [coalizione dei capitali provienti dal petrolio e dalla vendita degli armamenti] composta dai grandi armamenti, dal petrolio e dalle compagnie finanziarie. I lunghi tentacoli di questa coalizione sono diventati difficili da districare dai vari apparati dello stato. I loro rappresentanti siedono alla Casa Bianca; essi hanno i loro emissari nei vari rami del governo e dell'esercito a cui forniscono le armi; essi pagano le tasse e ricevono sussidi (gli ultimi spesso superano i primi); essi finanziano le campagne politiche; essi influenzano e spesso determinano la politica; essi possiedono vari media. L'elenco potrebbe continuare. 

      Questa coalizione ha l'interesse a mantenere alti i prezzi del petrolio. Essa non lo può ammettere apertamente, naturalmente, e il governo statunitense non si stanca mai di ripetere il suo "impegno" per l'energia a buon mercato. Ma quando veniamo all'attuale politica estera statunitense, particolarmente nel Medio Oriente, l'effetto è stato generalmente di alzare i prezzi, non di abbassarli.

      Dopo la fine del conflitto vietnamita, il principale "punto caldo" della guerra fredda si spostò nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, aiutati da numerose altre nazioni, fornirono un massiccio quantitativo di armi alla regione (immancabilmente nell'interesse della "stabilizzazione"). La gara per gli armamenti regionali rese ricchi gli imprenditori militari statunitensi, e con una successione di presidenti falchi al potere – da  Richard Nixon a Gerald Ford, fino a Ronald Reagan – fu facile per gli imprenditori far continuare la gara. Anche il conciliante Jimmy Carter, il quale mentre fu in carica nel periodo 1976-80 interruppe brevemente la catena della bellicosità, non riuscì ad invertire il trend.

      Conflitti e guerre nella regione hanno avuto un profondo impatto sul petrolio. È importante osservare che durante gli anni '70 e '80, non c'è stata mai una reale "carenza" di petrolio nel mondo [7]. Infatti, da una prospettiva puramente "economica", il prezzo del petrolio avrebbe dovuto precipitare. Ma la regione era "in fiamme", con periodiche ostilità alimentate dalle armi occidentali e orientali e strombazzate inesorabilmente dai media. Il petrolio, sebbene abbondante in questo periodo, fu fatto sembrare "scarseggiante" e "vulnerabile". Il prezzo del petrolio fu aumentato e mantenuto alto, le entrate dell'OPEC aumentarono vertiginosamente e le compagnie petrolifere diventarono favolosamente ricche.

       

      Capovolgimento di fortuna

      Durante la metà degli anni '80, cominciò finalmente il riflusso. Il comunismo era alla sua ultima tappa; le nazioni in via di sviluppo erano diventate "mercati emergenti" aperti agli investimenti occidentali; la mania dell'high-tech cominciava a prendere slancio, mentre i venti del neo-liberismo cominciavano a soffiare sempre più forti. 

      La "Weapondollar-Petrodollar Coalition" era progressivamente messa in discussione da una nuova "Technodollar-Mergerdollar Coalition" indirizzata verso l'high-tech, l'espansione globale e le fusioni aziendali. Per questa nuova coalizione, gli alti prezzi energetici erano una minaccia. Essi danneggiavano la fiducia negli affari e la crescita dei "mercati emergenti", turbavano la mobilità dei capitali e interferivano con l'ascesa del mercato azionario.

      La crescente forza di questa nuova coalizione divenne evidente già nel 1991. George Bush Sr., uomo della "Weapondollar-Petrodollar Coalition" che aveva appena orchestrato un'importante guerra internazionale, fu più o meno forzato ad annunciare l'alba di un "nuovo ordine mondiale" di pace. Il suo successore, Bill Clinton era già un dichiarato "peacenik" che si muoveva rapidamente verso la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Questo spostamento dai profitti di guerra ai dividendi di pace era adesso in pieno slancio. 

      L'effetto di questo allontanamento da armamenti e interessi petroliferi fu devastante. Durante gli anni '90, il bilancio militare mondiale cadde ad oltre un terzo in termini reali, l'esportazione di armi subì un giro di vite, e i grandi venditori di amri furono ridotti alla pura ombra rispetto alla loro passata gloria.

      Le compagnie petrolifere soffrirono un destino simile. La Figura 2 [sotto] mostra il rapporto tra i profitti netti e il prezzo del petrolio. Durante i primi anni '80, il prezzo del greggio espresso in dollari odierni superava gli 80 $ dollari il barile. Per il mondo questa fu la punta della "crisi energetica". Per le compagnie petrolifere, fu il picco del "boom energetico": i loro guadagni raggiunsero il 20 per cento dei profitti globali delle corporazioni.

      Ma da allora in poi, fu tutta una discesa a valle. Il trascinamento della guerra Iran-Iraq del 1980-88, l'invasione israeliana del Libano, il bombardamento del 1986 della Libia, la "guerra delle petroliere" della metà anni '80 e la guerra del Golfo del 1990-91 aiutarono tutti a rallentare lo scivolone, ma non lo fermarono. L'abisso fu toccato alla fine della presidenza Clinton. Nel 2000, il prezzo del petrolio precipitò a 14 $ dollari il barile in dollari odierni, e la quota delle compagnie petrolifere dei profitti globali cadde a meno del 3 per cento, il punto più basso mai raggiunto.

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      Verso una nuova guerra

      Si doveva fare qualcosa, e subito. La "Weapondollar-Petrodollar Coalition" assalì la Casa Bianca a fucili spianati. Non risparmiarono nessuno sforzo. Massiccio supporto finanziario, pressioni legali, manovre elettorali, frode e aperta falsificazione furono tutti applicati. Alla fine la coalizione riuscì ad avere George Bush in carica.

      I legami della famiglia Bush all'élite affaristica statunitense, inclusi, tra gli altri, gli Harrimans, i Morgans e i Rockefellers, vanno indietro a Bert Walker, il bisnonno di  George Bush Jr. Durante gli anni, la famiglia è arrivata ad occupare, attraverso possedimenti e posti manageriali, varie posizioni strategiche nelle ferrovie, nella finanza, nel petrolio e negli armamenti. Essa si è ben piazzata nella sede del governo, della sicurezza statale e delle procure militari. Insieme a Dio e al dollaro forte, la famiglia ha conservato una solida fede nella supremazia bianca, specialmente nella supremazia delle élite della costa orientale. Essa ha anche intrettenuto degli stretti legami con i gruppi di estrema destra e neo-nazisti all'interno del Partito Repubblicano [8]. Con questo retroterra, George Bush Jr., sebbene non il più sveglio della compagnia, era certamente adatto per il compito di restaurare la Weapondollar-Petrodollar Coalition.

      La scusa principale è stata l'11 settembre. Gli Usa cominciarono immediatamente a suonare i tamburi di guerra e nel giro di un mese hanno invaso l'Afghanistan in cerca dello spettrale Bin Laden. Essi non lo hanno trovato, ma il prezzo del petrolio si è mantenuto in ascesa. Parallelamente, e in netto contrasto con il suo predecessore alla Casa Bianca, Bush Jr. ha dato ad Ariel Sharon carta bianca per occuparsi dei palestinesi come meglio riteneva. La risultante escalation ha contribuito ulteriormente alla sensazione che la regione fosse di nuovo in fiamme, e che il petrolio ancora una volta probabilmente stesse diventando "scarseggiante". Questi sviluppi, insieme ad un provvidenziale sciopero del petrolio in Venezuela e la prospettiva di un imminente attacco in Iraq, hanno aiutato spingere l'ascesa del prezzo del petrolio ad oltre 30 $ dollari il barile e hanno aumentato i profitti petroliferi a quasi il 7 per cento del totale mondiale (vedi Figura 2).

       

      Imperialismo

      Adesso pensiamo al significato di tutto ciò. Come abbiamo visto, le compagnie petrolifere hanno appena cominciato a risalire dall'abisso. Per continuare la loro ascesa, hanno bisogno di prezzi del petrolio più alti, e il sistema migliore per alzare questi prezzi è di avere un altro confilitto in Medio Oriente. Allo stesso modo per le compagnie di armamenti. Per rimanere vitali in un mondo unipolare, esse hanno bisogno di nuove guerre, e subito. Fortuna ha voluto che questi due gruppi avessero adesso il più amichevole presidente mai visto nella Casa Bianca. E questo amichevole presidente è pronto, di fatti desideroso, di mandare il suo esercito a combattere l'Iraq, con o senza l'approvazione dell'ONU.

      Per la "Weapondollar-Petrodollar Coalition", questa nuova guerra è infatti per il petrolio, ma non nel modo che pensa la maggior parte della gente. L'interesse della coalizione non risiede nello stabilizzare la regione e rendere il petrolio più abbondante ed economico, ma al contrario, nel mantenere l'instabilità, nel rendere il petrolio scarso e nel portare il suo prezzo ancora più in alto.

      È interessante che le grandi imprese al di fuori della "Weapondollar-Petrodollar Coalition" – cioè le compagnie che non hanno un rapporto diretto con gli armamenti e il petrolio – non hanno dato voce a nessuna reale opposizione alla guerra. Questo silenzio è piuttosto strano, a dir poco. Non hanno da perdere le Microsofts, le General Motors e le Vivendi di tutto il mondo da perdere da un più alto prezzo dell'energia e dalla stagnazione globale che sicuramente ne seguirà? Inoltre, se i prezzi e i profitti del petrolio saliranno, non perderanno queste compagnie la loro primazia rispetto alla Exxons e alla Lockheed Martins. Forse, ma questo relativo riordinamento può essere un prezzo minore da pagare rispetto a benefici che comporta.

      Al momento, la più grande minaccia che hanno di fronte le grandi imprese risulta essere la deflazione. Il carico del debito globale è il più alto mai visto nella storia – circa due volte quello alle soglie della Grande Depressione. Il potere delle imprese di fissare il prezzo, d'altro canto, è forse il più debole dal periodo della Depressione. In queste circostanze, se la disinflazione darà luogo ad una caduta dei prezzi, lo spettro di bancarotte a catena e deflazione del debito potrà far sembrare la Grande Depressione un gioco da ragazzi. Dato questo rischio, qualsiasi mossa verso un'inflazione più alta – anche se accompagnata da stagnazione – è caldamente benvenuta.

      Ora, fin dalla fine degli anni '60, l'aumento dei prezzi del petrolio ha sempre causato una maggiore inflazione. Il meccanismo continua ad operare come un meccanismo ad orologeria: dal 1999 l'inflazione mondiale ha tenuto dietro ai movimenti del prezzo del petrolio con devozione quasi religiosa. Così, se il prezzo del petrolio continua a salire, ne seguirà molto probabilmente l'inflazione; ciò a sua volta scaccerà lo spettro della deflazione, e le grandi società potranno tirare un gran sospiro di sollievo. Per queste società c'è anche una ciliegina sulla torta. L'inflazione normalmente ha l'effetto di redistribuire il reddito dal lavoro al capitale e dalle piccole imprese a quelle più grandi. Essa quindi migliorerà la situazione delle principali società, anche se non in assoluto.

      Il soggetto più ambivalente di tutti è probabilmente sono i governi dell'OPEC. La svolta esplicita verso l'intervenzionismo da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali dovrebbe preoccuparli. Il loro è l'unico cartello che cerca di ottenere un certo grado di autonomia dall'influenza occidentale, e questa autonomia adesso è in grande pericolo. D'altro canto, parte della debolezza del cartello deriva precisamente dalla sua incapacità a mantenere i prezzi alti, il che un nuovo conflitto gestito attraverso un diretto intervento statunitense può aiutare a rettificare. Gli unici per cui non sembra esserci ambiguità siamo noialtri. La nuova guerra, combattuta in nome della sicurezza e della prosperità, probabilmente non porterà né l'una né l'altra.

      Note:

      1. ‘Don't Mention the O-Word - Iraq's Oil. How Would an American Strike Affect Oil Reserves, and OPEC?’ The Economist, settembre 14, 2002, pp. 25-27.

      2. Anthony Cordesman, ‘The U.S. Military and the Evolving Challenges in the Middle East.’ Naval War College Review, 2002, LV (3, Summer): 72-112

      3. The Editors. ‘U.S. Imperial Ambitions and Iraq.’ Monthly Review, 2002, Vol. 54, December.

      4. ‘Drowning In Oil.’ The Economist, March 6, 1999, pp. 19.

      5. In seguito alle fusione, il ‘Petro Core’ si è adesso ridotto a quattro compagnie: British Petroleum, Royal Dutch/Shell, Exxon-Mobil and Texaco-Chevron.

      6. For two of the most thorough works on the subject, see Anthony Sampson, The Seven Sisters: The Great Oil Companies and the World They Shaped (New York: Viking Press, 1975) and John M. Blair, The Control of Oil (New York: Vintage Books, 1976).

      7. Se i prezzi del petrolio fossero infatti determinati dalla "scarsità" fisica ci si dovrebbe aspettare durante i periodi di crescita dei prezzi di vedere le scorte ridotte a causa della "carenza". Nel 1970-1980, nel momento in cui salivano i prezzi, le scorte di petrolio globali salivano continuamente! (sulla base dei dati della BP Statistical Review of World Energy). 

      8. Vedi Webster G. Tarpley e Anton Chaitkin, George Bush: The Unauthorized Biography (Executive Intelligence Review, 1991). http://www.tarpley.net/bushb.htm

      9.  

         

        –  Jonathan Nitzan & Shimshon Bichler

        (trad. Gennaro Scala)

         


         

        Shimshon Bichler insegna economia politica alla Israeli universities. Jonathan Nitzan insegna economia politica alla York University, Canada. Il loro libro, The Global Political Economy of Israel (2002) è pubblicato dalla Pluto Press.

        Leggi la recensione della  Monthly Review

        Leggi il capitolo 5 The Weapondollar-Petrodollar Coalition [html, pdf]

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